Oltre alla casta dei politici, ne esiste una parallela, che tutti i giorni troviamo in edicola. Risulta tutto molto più chiaro dopo avere letto la Casta dei giornali, il libro di Beppe Lopez (Stampa Alternativa), che mette nero su bianco quello che una puntata di Report denunciò l'anno scorso: gli sprechi dell'editoria, dove una tiratura destinata al macero assicura i contributi statali.
Abbiamo incontrato l'autore e per parlare dei finanziamenti all'editoria in Italia e in Europa, della stampa regionale penalizzata dalle politiche vigenti e dello sviluppo dei blog nel mondo dell'informazione.
In Italia ogni anno si stanziano milioni di euro per l'editoria. Siamo i più scandalosi in Europa o siamo al contrario in buona compagnia?
In Italia, anche in questo caso, non si fanno cose molto diverse da quelle che si fanno in altri Paesi. Il problema è che qui, al solito, si esagera e si fanno cose normali in maniera, un po’ anomala. Che lo Stato possa e debba a fare qualcosa per salvaguardare la libertà di mercato, altrimenti negata da se stessa, è un principio praticato in tutte le società, anche le più liberali e liberiste. E difatti anche negli altri Paesi europei lo Stato interviene per aiutare, in campo editoriale, per incentivare nuove iniziative, promuovere l’innovazione, aiutare i piccoli a crescere, insomma per aumentare il pluralismo e il ventaglio delle offerte, favorendo così l’allargamento del mercato e la stessa occupazione di settore.
Cioè, impediscono che sorgano nuove iniziative, scoraggiano le innovazioni, rimpolpano gli utili dei grandi gruppi editoriali aiutandoli di fatto a uccidere i “piccoli”, le cooperative e soprattutto l’informazione regionale e indipendente. E come se non bastasse, nutrendo generosamente un vero e proprio esercito di lestofanti, attraverso il sostegno a finti giornali di partito, a giornali di finti partiti, a finte cooperative e a finti giornali che non compra nessuno e che spesso non distribuiscono in edicola, fosse anche per pura presenza, nemmeno una copia.
Quale tipo di editoria viene penalizzata dal sistema italiano?
Ritengo che l’esito più disastroso del vigente sistema delle provvidenze – insieme a quello di alimentare sottogoverno e clientele, e di consentire illecite rendite e privilegi mediatici – è quello di accelerare e approfondire un fenomeno in atto da un decennio nel mercato editoriale: la desertificazione dell’informazione regionale e in pratica la cancellazione di quello che prima era e che in tutto il mondo continua ad essere il “primo giornale”, vale a dire il quotidiano regionale, il quotidiano locale.
Le nostre più grandi testate sono prima diventate, insieme, “prodotto di qualità” e “prodotto popolare” (due categorie altrove nettamente distinte) e poi, ancora insieme, “giornale nazionale” e “giornale locale” (anche questa distinzione altrove è stata conservata). Perciò, se prima avevamo in Italia una ventina di centri di elaborazione e diffusione dell’informazione quotidiana – non autonomi dal potere ma almeno autonomi l’uno rispetto all’altro – ora abbiamo due/quattro gruppi editoriali e finanziari che da soli controllano quasi due terzi dell’intero venduto quotidiano di giornali. In sostanza, abbiamo avuto un drastico ridimensionamento del ventaglio delle offerte, un restringimento del mercato, un’omologazione selvaggia dell’informazione e, come si può capire, un colpo feroce alla circolazione delle idee e della stessa vita democratica.
Visto che il finanziamento si basa sulla tiratura delle copie (e se non sbaglio per riceverlo è necessario venderne il 25%) quanto sono truccati i dati di "diffusione stampa"? C'è chi imbroglia di più sui numeri? Chi?
E’ difficile dire esattamente chi e quanto imbrogli. Di certo, una volta entrato in una delle decine di categorie di privilegiati, più stampi – anche per il macero, anche per la distribuzione gratis, persino per la distribuzione fantasma – e più contributi prendi. Per questo ci sono giornali che vendono 2-3 mila copie e ne stampano 30 mila; si è diffuso oltre ogni logica il metodo dei “panini” (un giornale nazionale più un giornale locale al prezzo di uno solo); si sono moltiplicate le azioni promozionali, con diffusioni massicce di copie gratuite (negli aerei, dal dentista, nelle sale d’aspetto, ecc.).
Parliamo di casta dei politici e dei giornali. I cittadini, dopo avere appreso verità imbarazzanti, nutrono una profonda sfiducia nei confronti di entrambe. Pensa davvero che la morte dei giornali sia vicina?
Con quella che non è solo una battuta, si può dire che i giornali in Italia non possono morire per la semplice ragione che non sono mai nati. In realtà, nel campo dei quotidiani da noi non sono mai esistiti gli editori “puri”, cioè imprenditori che fanno un giornale per guadagnarci e che quindi fanno di tutto (dalla scelta dei direttori, alla selezione dei redattori, alla qualità e al contenuto del prodotto) per conquistare il mercato e contendersi il lettorato in un gioco di normale concorrenza. Prima avevamo industriali e gruppi di potere economico che facevano giornali in perdita per fare piaceri ai politici di turno e per riceverne piaceri a vantaggio delle loro aziende “vere”.
Oggi abbiamo industriali e centri finanziari che fanno giornali che stanno cannibalizzando il mercato editoriale e pubblicitario (regalato al nostro settore dal boom televisivo, propagandisticamente indicato al contrario come un ostacolo e un pericolo per i giornali) e utilizzando testate sempre più potenti e prepotenti anche per condizionare i politici e persino eterodirigere la vita democratica del Paese. Da questo punto di vista, si potrebbe dire che i giornali nazionali non sono mai stati così vivi e potenti. E’ invece vicina, se non si reagisce, se non si cambia, la morte dei giornali regionali e indipendenti.
Giornali e internet. Dopo la sperimentazione dei primi anni, ormai i network di informazione e i quotidiani online garantiscono un'affidabilità pari a quella della carta stampata o talvolta maggiore perchè slegati da gruppi di potere. Cosa ne pensa?
Internet costituisce, ovviamente, una grande rivoluzione. Un nuovo modo di essere informato e di partecipare eccezionalmente positivo. Per quello che riguarda in maniera specifica l’informazione, ritengo che col tempo si distinguerà, all’interno di questo mondo, da un canto un potente e indifferenziato magma informativo in cui ognuno pescherà e riuscirà a selezionare (o ad esserne frastornato) sulla base delle proprie capacità e dei filtri culturali a disposizione; dall’altro, vere e proprie centrali informative, strutturate e affidabili, analoghe a quelle che abbiamo conosciuto nel secolo scorso.
Ma, come è avvenuto per i giornali tradizionali, come è avvenuto anche per la free-press, come sta avvenendo nel settore radiofonico, come credo avverrà anche nel settore televisivo (una volta liberato dal tappo del vigente duopolio), anche su Internet – fuori dal “magma” – si riproporranno problemi di concentrazione, di omologazione e di rapporti con il potere. E’ il destino che ci tocca, complessivamente, con la globalizzazione, che per essere tale deve globalizzare tutto, opportunità e problemi, il “bene” e il “male”. Le forme del conflitto e della socializzazione cambiano continuamente, con l’evoluzione dell’uomo e della società, ma nella sostanza essi si ripropongono. Niente e nessuno ci può negare qualcosa una volta per tutte. Niente e nessuno ce la può regalare una volta per tutte.
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