Piovono volantini su Gaza (qui potete seguire la diretta via webcam) e Tsahal invita gli abitanti della Striscia a isolare i militanti di Hamas. La strategia del divide et impera non è nuova per Israele che, dopo i raid e gli attacchi di terra, si appresta alla terza fase dell'operazione Piombo Fuso.
Sabato si sono tenute in molte città d'Europa manifestazioni a sostegno dei palestinesi (Milano inclusa). Mentre l'opinione pubblica internazionale sfuma verso atteggiamento critico contro Olmert, sabato Fassino e il Partito democratico si sono stretti intorno a Israele in una serata bipartisan, in netta controtendenza rispetto alle sinistre europee.
Insomma, nessun partito eletto lo scorso aprile si schiera a favore dei palestinesi ad eccezione del Prc (vedi intervista di Marco Rizzo ieri sul Corriere) che ahimè, oggi è extraparlamentare. In attesa di comprendere meglio il quadro internazionale e le prossime decisioni del triangolo Mubarak-Anp-Tsahal, abbiamo intervistato Younis Tawfik, giornalista e scrittore. Nato in Irak, nel 1958, laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Torino, vive in esilio in Italia dal 1979. Collabora con La Stampa, La Repubblica, Il Mattino e alcuni giornali mediorientali. Insieme a lui abbiamo cercato di capire quale sarà il futuro della Palestina dopo l'operazione Piombo fuso.
L'attacco a Gaza è iniziato il 27 dicembre. Si fa strada l'ipotesi che siano state tre le vere ragioni a scatenare l'attacco: il vantaggio del Likud (Netanyahu) su Kadima (Olmert-Livni) in vista delle prossime elezioni, la crescita del consenso popolare di Hamas su Abu Mazen e l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca che, da neo presidente, avrebbe subito trovato una patata bollente da gestire. Pensa che la concomitanza di questi tre elementi sia la chiave per comprendere le ragioni dell'attacco?
Credo di sì. Dal canto suo Hamas cerca di affermarsi come nuovo e unico interlocutore sul territorio, godendo di una popolarità crescente all’interno in Palestina e a livello internazionale, con aiuti provenienti da paesi arabi simpatizzanti, Fratelli Musulmani, Iran e Libano. Le ragioni che lei ha citato hanno contribuito alla decisione di attaccare Gaza, ma è anche vero che esiste un tacito consenso internazionale e che da alcuni paesi arabi devono affrontare la minaccia del fondamentalismo islamico interno.
Mubarak riveste un ruolo fondamentale per le trattative con Gaza anche se una buona parte dei palestinesi lo accusa di essere uno strumento nelle mani di Israele. Inoltre l'Egitto accoglie molti profughi palestinesi e rifornisce di armi alcune frange radicali. Qual è la sua strategia politica?
L'Egitto ha firmato un accordo con Israele, ma si trova alle porte una forza politica crescente, legata ai Fratelli Musulmani, che sarà di intralcio anche in un futuro processo di pace. L'Egitto spera di poter risolvere la questione palestinese con Abu Mazen, anche a costo di cedere sul ritorno dei palestinesi dalla diaspora.
Gli attacchi puntano alla distruzione di Hamas, ma è ben più probabile un rinsadamento dell'alleanza con Hezbollah, i Fratelli Musulmani e l'Iran di Ahmadinejad, ipotesi peraltro temuta anche dai vertici militari israeliani. Crede che sia una prospettiva plausibile?
L'attacco contro Hamas ha prodotto centinaia di vittime civili. La morte di donne e bambini ha contribuito a rafforzare consensi e simpatie verso Hamas, che uscirà ancora più forte dal conflitto. La pace sfuma anche a causa degli errori israeliani, da Sharon ad oggi. La pace a forza di cannoni non potrà funzionare.
Ritiene giustificato questo attacco di Israele?
No. Basta fare un calcolo delle vittime per rendersi conto che Isralele sbaglia. Si poteva vincere con il dialogo, cedere qualcosa a Fatah per renderla più forte, aiutare Abu Mazen a gestire la politica e l’amministrazione in modo migliore, pagare gli stipendi alla sua polizia, aiutare i giovani disoccupati di cui Hamas ha approfittato per vincere le elezioni e ottenere consensi sul territorio. Soprattutto nella povera e affollatissima Gaza.
Bruno, non credo sia corretto equiparare i ladri ai militanti di Hamas. E' importante distinguere il braccio militare del partito da quello politico e comprendere le ragioni della sua vittoria su Al Fatah alle scorse elezioni.
Hamas, che lo vogliamo o no, è stato eletto democraticamente anche se non propone un modello di politica democratica.
E negli ultimi anni, anche a causa della scarsa lungimiranza politica di Israele, è stato l'unico a provvedere ai bisogni primari del popolo palestinese.
Questo tipo di pensiero: "Attaccare Hamas duramente fa solo crescere il sostegno ad Hamas". Mi fa pensare alla gente che dice: "non serve fermare i ladri, tanto i ladri ci saranno sempre...
Nel frattempo il ladro in carcere si ferma sì!
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alle 18:13
angelo saracini
prima di tutto Eleonora ancora un bravo per le tue ricerche al di fuori dal CORO!
per riflettere....un'analisi a freddo,alla faccia della nostra che ha il coraggio di chiamarsi sinistra
dal prestigioso sito militare PAGINE DIFESA
GAZA PERCHE? dell'espertissimo Ezio Bonsignore
<<Ezio Bonsignore, "giornalista" decano dei "falchi" italiani, opera nel settore difesa da oltre 30 anni ed è legato a doppio filo a industria bellica, forze armate, servizi segreti sulle due sponde dell'Atlantico.>>
Il problema è che Hamas ha vinto delle elezioni regolari e legittime, e quindi non si può sperare di eliminarlo come forza politica soltanto mediante una lunga serie di assassini “mirati”.
Ma la creazione di un governo legittimo e internazionalmente riconosciuto passa necessariamente per delle libere elezioni. ....Hamas non solo partecipò alle elezioni, ma le vinse alla grande. L’obiettivo politico di Israele consiste quindi nel togliere di mezzo Hamas, non tanto come “lanciatore di razzi” e neppure come organizzazione terroristica, ma proprio come forza politica.
. Ezio Bonsignore, 8 gennaio 2009
I commenti della maggior parte dei mass media italiani, commenti che peraltro ritengo riflettano abbastanza fedelmente l’atteggiamento dell’ opinione pubblica, a proposito di quella che viene eufemisticamente descritta come la “crisi di Gaza” sembrano essere focalizzati sopratutto sul tentativo di distinguere tra “buoni” e “cattivi”, e decidere chi abbia “ragione” e chi “torto”, chi abbia o non abbia il diritto di fare cosa.......Mentre al tempo dell’invasione del Libano l’opinione publica italiana e mondiale era quanto meno perplessa circa i motivi e le modalità delll’azione israeliana, oggi le uniche critiche veramente dure provengono dagli ambienti dell’estrema sinistra o dai neo-nazisti. Si sono addirittura rispolverate le storielle del “povero piccolo popolo democratico minacciato da centinaia di milioni di Arabi fanatici”, e si sono accettate senza fiatare le affermazioni israeliane secondo cui le operazioni militari sono indirizzate esclusivamente contro i “terroristi” di Hamas e i civili ci vanno di mezzo solo perchè Hamas li usa come “scudi umani”. Si ripete all’infinito il mantra di “Hamas che ha rotto la tregua”, evitando accuratamente di interrogarsi sui perchè di questa azione, e su cosa sia esattamente successo durante la tregua. E gli stessi che solo pochi mesi fa accusavano la Russia di una risposta “sproporzionata” in Ossetia, hanno all’improvviso riscoperto i principi base dell’arte della guerra, e osservano che per vincere presto e bene, bisogna appunto mettere in atto una schiacciante superiorità sul nemico. ....