25 aprile, giorno della Liberazione. Una data spartiacque per la storia d'Italia che, oltre alla fine della dittatura di Mussolini, rimanda alla Resistenza partigiana, per alcuni tradita dalla mancata rivoluzione: fu questo uno dei fondamenti ideali per la costituzione delle Brigate Rosse, nate in seno al Pci per ribellarsi a un partito incapace di realizzare quelle 10, 100, 1000 Vietnam profetizzate da Che Guevara. E così nel 1969, in un palazzo nel centro di Reggio Emilia, si formò un gruppo di giovani guidato da Alberto Franceschini che poi si unirà a Renato Curcio e Margherita Cagol. Nell'Appartamento si riunivano sandinisti, quarti internazionalisti, anarchici, comunisti e marxisti tutti accomunati dal sogno rivoluzionario.
Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone raccontano quegli anni ne "Il sol dell'avvenire" (Chiarelettere, cofanetto libro + DVD, euro 19.60): nel ristorante "Da Gianni" a Costaferrata in provincia di Reggio Emilia, dove nel 1970 si svolse il primo vero Congresso delle Br, si ritrovano nel 2007 dopo quasi 40 anni Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene (tra i più duri brigatisti rossi con Prospero Gallinari e Renato Azzolini che hanno scontato la pena e ora sono in libertà), Paolo Rozzi e Annibale Viappiani (che negli anni caldi scelsero invece di rimanere nel Partito comunista). Una testimonianza che fa luce sull'autentica genesi del movimento, l'oscurantismo del PCI del dopoguerra, il dolore intimo di chi imbracciò le armi per la Resistenza e il relativo desiderio di riscatto. Un film incalzante aldilà degli steccati ideologici e nonostante la stroncatura preventiva del Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Giovanni Fasanella.
Come è andato quel pranzo a Costaferrata?
Non è stato facile farli incontrare, riportarli sul luogo del delitto, riunirli intorno a un tavolo e convincerli a parlare della loro esperienza. L'idea che si sia trattato di allegro amarcord è del tutto sbagliata: a dispetto delle apparenze, hanno un rapporto complicato con la loro storia, che vivono come una tragedia immane. Sono consapevoli non solo di aver contribuito a distruggere le vite altrui, ma anche le proprie.
Al pranzo c'erano Franceschini, Paroli e Ognibene, che hanno abbracciato la lotta armata e scontato anni di carcere, e Rozzi e Viappiani che scelsero invece di rimanere nel Pci. Ci sono stati contrasti o tensioni inaspettate?
Le tensioni, sotterranee, ci sono state, ma tra Franceschini e Paroli: due modi diversi di leggere la storia delle Brigate Rosse. Per Franceschini è una storia totalmente sbagliata, sin dalle premesse. Per Paroli, invece, le premesse erano giuste.
Il Pci ha sempre rifiutato la paternità delle Brigate Rosse, quei figli "sfuggiti" al processo democratico condiviso anche dal Congresso di Bologna, quando venne eletto segretario Enrico Berlinguer. Manca ancora una ammissione di responsabilità?
Il Pci sapeva sin dall'inizio che le Brigate rosse erano rosse, il frutto perverso di un'ideologia violenta della sinistra marxista-leninista. Ma lo ha ammesso soltanto dopo molto tempo, nel 1977: sette anni dopo la nascita delle Br! E comunque, l'analisi si fermò lì, mentre sarebbe stato necessario bonificare a fondo il terreno, sradicare del tutto la radice politico-ideologica del terrorismo. Non dimentichiamo che, ancora di recente, Massimo D'Alema ha negato ogni legame fra il terrorismo e la tradizione comunista.
Il desiderio di rivoluzione, spiega Franceschini, è figlio di una Resistenza tradita, specie dopo la sparatoria a Reggio Emilia del 1960, quando l'Msi appoggiò il governo Tambroni. Gli ex partigiani avevano ancora in serbo le armi e aspettavano ordini dal Pci. Quindi, ben prima della nascita dell'Appartamento e delle Br, il partito sapeva. Cosa fece in tutti quegli anni, dal '60 agli anni di Piombo?
Il Pci sapeva, ha sempre saputo sin dall'inizio. Ma ha tollerato a lungo, convinto di poter contenere il "mostro" che si stava formando dentro di sé. Ma la situazione, a un certo punto, gli è sfuggita di mano.
Nel libro parli dell'incontro mancato tra Corghi e Fraceschini in una chiesa di Reggio Emilia, visto che la Curia si rifiutò di dare il permesso. C'è ancora qualcosa di indicibile per la Chiesa?
Sì, il legame che una parte della chiesa latinoamericana e quella del dissenso italiana hanno avuto con i movimenti di guerriglia. Anche una parte della cultura cattolica rimase affascinata dalle idee "giustizialiste" dei guerriglieri sudamericani, a cui si ispiravano le prime Br. Ma il nervo scoperto della Chiesa è soprattutto il suo ruolo durante il caso Moro: lì, non tutta la verità è emersa.
Paroli rifiuta l'etichetta di terrorista, ma ammette crimini e delitto politico. Intorno a quel tavolo, questa distinzione era condivisa anche dagli altri quattro? Paolo Rozzi sembrava imbarazzato.
No, in alcun modo. L'imbarazzo che hai colto sul volto di Rozzi lo si poteva leggere anche sui visi di tutti gli altri commensali. Se c'è una critica che posso fare al nostro lavoro, è proprio quella di non essere riusciti a far emergere fino in fondo questo conflitto tra loro. Ma non era facile: dopo l'esplosione di pianto di Paroli, tutti si sono di nuovo chiusi a riccio.
Credi che alla fine i 5 siano stati delusi di non aver fatto la rivoluzione? C'è un retrogusto amaro, un senso di colpa o di fallimento che incombe sul loro operato politico?
Non credo proprio. E lo dicono anche con molta chiarezza. Per esempio quando affermano che se avessero vinto le Brigate rosse, "Pol Pot gli avrebbe fatto un baffo". E comunque, loro, i tre ex brigatisti testimoni del film, "sarebbero passati subito all'opposizione".
Alla fine come si sono salutati?
Con molta tristezza, con la sensazione che le ferite si erano riaperte. Ma penso che sia stato salutare anche per loro cominciare a guardarsi dentro.
Se il Pci ha taciuto per tanti anni, anche l'Italia di oggi fatica a scavare nel passato. La prova è la censura preventiva del film da parte della politica a partire dal Ministro Sandro Bondi. Hanno inciso i suoi trascorsi comunisti?
Probabilmente sì. Bondi evidentemente, come tutte le persone che si vergognano della propria storia, tende a coprire. Anch'io arrivo da quell'esperienza: sono stato comunista (italiano e berlingueriano, aggiungo sempre con una punta di orgoglio) e non me ne vergogno. Per questo non ho paura di aprire gli armadi, perché so che dentro quella storia c'erano anche molte cose buone che vorrei salvare.
Perché la politica insiste nella censura preventiva ed evita la comprensione del fenomeno?
Coda di paglia, cattiva coscienza, paura di vedere onorate carriere andare in fumo. E' lo stesso problema della cultura italiana. Non hanno molta voglia di parlare di quel passato per evitare di guardare anche dentro le proprie storie personali.
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alle 18:21
giovannitalleri
Visione nel complesso estremamente riduttiva perché pretende di risolvere la storia nelle beghe tra pochi personaggi del comunismo internazionale.
Le buone premesse, diciamo le basi dell’autentica religione marxista si sono disciolte, come tutto ciò che avrebbe potuto e potrebbe portare pace ed eguaglianza tra gli umani. Le convinzioni filosofiche, le religioni. E il motivo dovrebb’essere ormai noto a tutti, perlomeno a coloro che sono dotati di un briciolo, uno solo e sia pur piccolo, di autocoscienza. L’esistenza pervicace, millenaria, anzi più in là, proveniente da un lontano inimmaginabile inizio, di un determinato modo di esistere, di vivere, nel suo finire e ricominciare, morire e rinascere. Un composto di istinti essenziali, indistruttibili per la vita, la morte, la rinascita. Istinti, spontanei meccanismi di risposta, di reazione al contatto, alla sola vicinanza di qualsiasi altra individualità, dalla materia grezza al pensiero.
Diremo che, a parte i pochissimi santi che molto di rado compaiono in mezzo all’umanità, ognuno è chiuso nel proprio egoismo ed è animato da tanta avidità e ingordigia da formare, anche non volendolo, un insuperabile ostacolo, un suo particolare castello di parole, testimonianze, convinzioni, che vanno dalla fede al fanatismo, ma che sempre e soltanto riguardano la sua individualità.
Per il nostro 25 aprile, a parte le parole dell’ex comunista presidente della Repubblica e dell’ex fascista ministro della difesa, tutte volte a cucire in qualche modo lo strappo della nostra storia, a rappezzare, incerottare la grande ferita del tradimento, o se si vuole del cambiamento di fronte, sarebbe bene non festeggiare tanto, non festeggiare affatto, ma raccogliersi nelle piazze, ovunque, ed osservare un’ora di silenzio. www.giovannitalleri.it