"L'altro Che", Ernesto Guevara mito della destra militante: intervista a Mario La Ferla
Pubblicato da Eleonora Bianchini, Blogosfere Staff alle 12:55 in Interviste
Gente di destra e sinistra, arrabbiatevi pure. Ernesto Guevara, rivendicato da decenni come monopolio esclusivo dei rossi, è anche un'icona della destra movimentista. Guerrigliero coraggioso, combattente per la libertà e l'indipendenza, il Che antiamericano e antimperialista è considerato un mito dagli estremi dell'agone politico. Mario La Ferla firma un saggio di grande interesse, "L'altro Che" (Stampa Alternativa - collana Eretica speciale, 216 pagg., 14 euro) per abbattere il muro del silenzio e ricostruire l'immagine del Comandante a destra. Anche se la sinistra radical-chic continua a storcere il naso. Abbiamo incontrato l'autore per saperne di più.
Riscoprire Che Guevara come mito ispiratore per i fascisti rossi è sorprendente nonostante Gabriele Adinolfi, ex leader di Terza Posizione avesse già scritto "Lotta e vittoria, Comandante! Perché da fascista lo onoro" su noreporter nel 2007, a 40 anni dalla morte. Quali reazioni ha suscitato "L'Altro Che" a destra?
I siti internet della destra moderata e radicale hanno dedicato al libro molta attenzione e i blog si sono infuocati visto che non si aspettavano che il tema venisse trattato entro i confini della destra militante.
Poi sono iniziate le discussioni fra gli ammiratori e i detrattori del Che, critici nei loro commenti lucidi e sereni verso la passione dei camerati per un guerrigliero marxista.
E la destra istituzionale?
"Il Secolo d'Italia", organo di quella che fino a poco tempo fa era Alleanza Nazionale, ha dedicato a "L'altro Che" ampio spazio.
Molti elogi, soltanto un appunto per mettere in risalto che io ho sempre fatto riferimento all'estrema destra. Ma in realtà anche la destra istituzionale ha apprezzato il romanticismo e l'altruismo del Che.
Da destra saranno arrivati anche commenti negativi, visto il tema delicatissimo per quella parte politica.
Sì, sono arrivate due osservazioni negative molto decise. Una, da parte di "Rinascita" il cui ex direttore Ugo Gaudenzi ha detto: "Destra radicale con il Che? Una vera e propria falsità". L'altra, da parte del quotidiano nazionalpopolare "Linea" che ha pubblicato una recensione molto critica a firma di Carlo Gambescia. Insomma, mi pare che il dissenso nei confronti del libro sia più frutto di polemiche interne alla destra movimentista piuttosto che di vere e proprie smentite della sostanza del libro.
Come è stata invece la reazione a sinistra?
Gelida. E' impressionante la caparbietà con la quale i giornali progressisti, dal "Corriere della Sera" a "Liberazione", hanno voluto ignorare "L'altro Che". So che nelle varie redazioni il libro viene considerato una provocazione, un pretesto per fare polemica a buon prezzo, un'altra occasione per un nuovo processo di revisionismo o ancora peggio per "sdoganare i fascisti".
Che è sempre stato l'assillo della sinistra.
Infatti. Basta vedere l'esempio che arriva dall'accoglienza fatta puntualmente ai libri di Gianpaolo Pansa (anche lui -guarda caso- arriva dalle stanze dell' "Espresso"), che viene accusato di essere un revisionista. E' un linguaggio che conosco molto bene. Quel mondo lo conosco, perché ci sono stato a lavorare per trent'anni, tra i radical-chic, e di loro so tutto: pregi e difetti. Tra i difetti maggiori c'è ancora, in modo ostinato, la volontà di non voler vedere quello che c'è dall'altra parte, da ogni altra parte.
Cioè?
Non esiste l'intenzione di fare un passo avanti per sradicare le certezze acquisite, le verità esclusive e le tesi scolpite nel granito. Ernesto Guevara è un mito della sinistra internazionale quindi nessuno si deve permettere di indagare per scoprire nuove verità che, in questo caso, non scalfiscono minimamente il personaggio del Che. La stessa diffidente accoglienza a sinistra si è notata non soltanto nelle redazioni dei giornali ma anche nelle librerie. Quelle, molto note, dichiaratamente "progressiste" hanno fatto di tutto per nascondere "L'altro Che": posso dire, anzi, che il libro è stato "oscurato".
Se Che Guevara è uno dei miti della destra militante perchè la sinistra è arrivata a impossessarsene, nonostante l'antiamercanismo e l'anticapitalismo siano valori condivisi anche dai fascisti rossi?
Storicamente Ernesto Guevara appartiene alla sinistra internazionale. Se ne impossessarono gli studenti delle università californiane ancora prima della morte del Che, ottobre 1967, quando iniziarono la contestazione anticipando quella europea. L'ufficializzazione del Che icona della sinistra avvenne durante il maggio parigino del '68. Anche se qualche anno prima, quando ancora non si parlava di contestazione globale, alcuni esponenti della destra italiana e francese avevano mostrato ammirazione per il Comandante, la sinistra non ha mai voluto riconoscere un'appartenenza diversa del guerrigliero argentino. E c'è sempre riuscita con successo.
Perché?
Ha potuto sempre contare su uno schieramento massiccio ed eccellente di intellettuali che, anche nel caso del Che, hanno saputo difendere e imporre le idee progressiste in ogni settore della vita culturale e sociale. Dall'altra parte, nello stesso periodo pre-contestazione e post-68, la destra, in Italia, era stata messa in un angolo oscuro, accusata di molti misfatti e quindi non in grado di manifestare le proprie idee e le proprie scelte. Del resto, mentre la sinistra poteva contare sull'appoggio di giornali e televisioni, la destra radicale e non solo – soprattutto dopo i tragici fatti di Genova, nel luglio 1960 (la repressione del governo Tambroni sui manifestanti genovesi contro il congresso del Msi) - era stata praticamente messa fuorilegge.
Quindi era impossibile convincere i media e buona parte dell'opinione pubblica della sincerità della passione per il Che.
Sì. Ogni volta che la destra rivoluzionaria tentava di manifestare i suoi convincimenti antimperialisti e antiamericani, a sinistra rispondevano che si trattava soltanto di squallida provocazione. Anche se da qualche anno la sinistra, anche quella italiana, ha abbandonato il Che al suo destino (ormai non appare più nemmeno una bandiera con la sua faccia nelle manifestazioni di antagonisti e no-global), continua a non accettare che qualche altra parte si appropri del mito del Che.
Ci sono altri miti condivisi a destra ma considerati tabù, magari perchè monopolio della sinistra?
Sì, per esempio, l’atteggiamento ostile nei confronti degli Stati Uniti. L'America, per i fascisti nazionalrivoluzionari, resta il nemico numero uno. Hanno scritto più volte i rappresentanti di nuclei di estrema destra: "Oggi come ieri, gli americani sono i nostri nemici. I nemici dei popoli liberi. La guerra del sangue contro la guerra dell’oro non è ancora finita".
Altro?
Sì. L'odio verso la Nato definita "Nato per morire" e l'avversione verso la globalizzazione, tema caro alla destra movimentista. Quindi, da questo atteggiamento antiamericano, anticapitalista e anticolonialista, condiviso con la sinistra internazionale, derivano altri miti della destra estrema che sono anche i miti dei movimenti progressisti.
Per esempio?
Gli indiani d’America, e con i pellerossa quei fascisti rivoluzionari che fino all'ultimo avevano creato un accordo con alcune frange della sinistra estrema difendono anche gli irlandesi dell'Ira, i palestinesi e l'Intifada, come una volta stavano dalla parte dei vietcong contro i marines, con il Chiapas contro ogni imperialismo.
E a livello culturale?
Anche la destra radicale ha amato i Beatles, "emblema vivo e reale di un ribellismo generazionale che si erge contro il conformismo e l’ipocrisia e tenta così l’impossibile scalata al cielo". Dal 1966 anche l'estrema destra ha avuto una passione per il beat, perché rappresentava un’estetica, un modo di esprimersi e sentirsi lontano dai vecchi schemi. Non a caso il Piper, il celebre locale romano centro e ritrovo dei seguaci del beat, era stato fondato da un avvocato reduce della Repubblica Sociale di Salò.
E anche il '68 fa parte dell'album dei ricordi della destra radicale.
Sì. Il primo marzo di quell'anno era stata ordinata l'adunata generale degli studenti della destra romana a Valle Giulia, presso la facoltà di Architettura. E furono gli studenti di destra, inneggiando anche al Che, i protagonisti dei violenti scontri con la polizia che furono poi stigmatizzati da Pier Paolo Pasolini. Era il momento in cui dall'estrema destra molti auspicavano un avvicinamento all'estrema sinistra ricordando il legame di "Jeune Europe" con i maoisti e l'affinità con le Brigate Rosse di Renato Curcio il cui itinerario era stato definito "esemplare". Era il momento in cui nacquero i nazimaosti. E poi c'é la passione per l'Islam e la resistenza dei popoli arabi, per il terzomondismo, i militanti del Campo antimperialista così vicino alle frange di estrema sinistra, e anche quelli che sono stati contro Bush e a favore dell’Iraq di Saddam Hussein. Nella galleria dei miti condivisi, come testimonia lo storico Franco Cardini, che proviene dalle giovanili file dell'estrema destra, ci sono anche Ho Chi Minh e Fidel Castro: "In un modo o nell'altro, lo abbiamo amato tutti, Fidel. Posso testimoniarlo appieno personalmente.…e contro il parere dei nostri padri e dei nostri fratelli maggiori per i quali era solo un comunista, noi andavamo pazzi per lui… Quel Fidel ci piaceva, ci incantava".
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Commenti
1. Paolo, Giovedì 16 Luglio 2009 ore 08:04
Quello che personalmente non ho mai sopportato, e che meno che mai sopporto in un periodo come questo, sono i "politicamente corretti" a tutti i costi che, dall'alto spesso dei loro fallimenti, danno lezioni al resto del mondo.
Mi ricordavo a suo tempo il curioso (per me che stavo a sinistra) appoggio di certa estrema destra alla lotta dei palestinesi. E anche l'incontro con coetanei ribelli che, cresciuti in un altro contesto sociale e geografico dal nostro, erano fascisti più o meno allo stesso modo di come noi eravamo comunisti.
E che la destra non sia sempre solo reazionaria e di appoggio al potere e all'impero, lo sappiamo tutti, ma è comodo dimenticarselo. Il cosiddetto "fascismo rivoluzionario" non si identifica in Mussolini e nel ventennio.
Il "Che" come uomo era indubbiamente di sinistra.Come ribelle è diventato un simbolo per tutti quelli che, in buona fede, sentono di doversi ribellare, anche oltre le categorie della destra e della sinistra, contro l'arroganza e l'onnipotenza del potere!
2. Carlo Gambescia, Sabato 18 Luglio 2009 ore 14:24
Salve a tutti,
Vorrei far presente, alcune cose:
1) In primo luogo, non sono mai stato e non sono un militante di destra (né tantomeno fascista o postfascista). Sono un sociologo, indipendente. Le persone non si giudicano da dove scrivono ma per quel scrivono.
2) Nella recensione al libro di Ferla , pongo da sociologo, un problema preciso. Quello che all'epoca - pure ammesse e non concesse le simpatie per il Che da parte di certa confusa militanza di destra - il referente sociologico per i ragazzi di destra era il "guerriero" (o "soldato politico" jüngeriano) inquadrato all'interno di una società gerarchica, mentre a sinistra era il "partigiano" che lottava per la società egualitaria.
3) Ripetiamo: il clima generazionale, all'epoca, potrà pure essere stato lo stesso (ma non so fino a che punto...), ma la differenza era nella visione sociologica che sottendeva le due posizioni: gerarchica a destra, egualitaria a sinistra.
4)Quanto ai post-fascisti del "Secolo d'Italia", fa loro comodo la confusione, con finalità di sdogamento in termini di orwelliana (certo, "de' noantri") riscrittura della storia. Da tradurre in "ministeri" e in una pseudoideologia che non è né fascista, né di destra democratica e liberale. E' il nulla culturale.
5) Infine scrivere che Adinolfi è ideologicamente coerente, non significa condividerne le idee.
Cordiali saluti
Carlo Gambescia
3. mirko, Martedì 23 Marzo 2010 ore 20:11
carbonara o minestrone .............cosa preferite?????????????