"Case sfitte, parte la requisizione". A L'Aquila e ditorni ci saranno bar chiusi, negozi con le saracinesche abbassate, ma un'edicola aperta è più semplice da trovare. Mi fermo e compro Il Centro, il quotidiano locale. Incontro un uomo sulla cinquantina, sulla piazza di fronte alla Chiesa nella foto sopra, anche lui con il giornale il mano. Non nasconde la soddisfazione per quelle 1.200 case sfitte che saranno requisite per gli sfollati, ma non si lascia andare a facili entusiasmi. Del resto in questi cinque mesi sono stati tanti gli annunci che per causa di forza maggiore non sono stati rispettati. Per fare un esempio, l'accesso a Via XX settembre a L'Aquila, dove si trovava la Casa dello Studente: ai microfoni di Studio 5 sentiamo il Prefetto che assicura la riapertura entro la fine della settimana. Ma i ritardi possono sorgere da un momento all'altro, aldilà della riconosciuta e tangibile efficienza delle Protezione Civile, e questo gli aquilani lo sanno fin troppo bene.
Paganica è un cantiere a cielo aperto, un viavai continuo di operai, camion, Vigili del Fuoco ed esercito. Anche qui c'è una zona rossa inagibile. Riesco ad entrare da una via, in macchina, insieme a M., 27 anni, un ragazzo di Paganica. Lavora in un albergo e anche se ha trascorso alcuni mesi all'estero non lascerebbe mai il suo paese. L'Aquila era bellissima prima del terremoto, ci si divertiva, dice.
Poi prosegue: "Casa mia era lì, sotto la Chiesa (nella zona rossa, ndr).
Dal terremoto sto nelle tende della Protezione Civile, ma quando posso rimango nella roulotte di mio zio. Per rimanere da solo, senza gente intorno". Entriamo in macchina nella zona rossa da una via non transennata. "Quella sera è stata una serie di fatalità", spiega M. "Non perché avessi paura, ma prima di addormentarmi avevo messo pc e cellulare sotto la scrivania. Poi avevo lasciato la macchina in un parcheggio in paese, non nel vicolo sotto casa. Infatti la macchina non si è lesionata. Alle 3 e 32 sono uscito di corsa con mamma e nonna sottobraccio. Mio padre diceva: 'La botta grossa è già arrivata, adesso non ha senso andarsene'."
"Qui tutti i giorni, insieme alla Protezione Civile, proviamo a vivere, a non pensare al terremoto. Ma è difficile. Vedo ancora la crepa nel muro mi insegue mentre scendo le scale."
Accende il cellulare per farmi ascoltare una canzone di Simona Molinari, cantante napoletana d'origine e abruzzese d'adozione, che ha partecipato a Sanremo giovani. Sullo schermo spunta la foto di una ragazza di spalle, sembra a una festa.
"Questa è una mia amica morta nel terremoto", spiega. "Non riesco a cancellare la foto."
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