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"Videocracy", intervista a Erik Gandini: Berlusconi, Corona e l'horror censurato in Rai

Eleonora Bianchini avatar Giovedì 10 Settembre 2009, 17:36 in Interviste di Eleonora Bianchini
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Italia, Repubblica fondata sulla videocrazia. Erik Gandini, video maker bergamasco da vent'anni in Svezia, ha presentato al Festival di Venezia Videocracy, il film sulla rivoluzione culturale nata con la tv commerciale di Silvio Berlusconi. 30 anni e 85 minuti tra imbarazzanti provini a Mediaset, le aspirazioni di Ricky, operaio bresciano che mixa Van Damme e Ricky Martin per bucare il video, il regno di Lele Mora in Costa Smeralda e la scaltrezza di Fabrizio Corona, moderno Robin Hood ("Rubo ai ricchi per dare a me").

Sopra a tutto e a tutti il sistema mediatico c'è Silvio Berlusconi. Censurato dalla Rai, Videocracy è uscito in Svezia e nelle sale italiane e sabato sarà presentato al Toronto Film Festival. Abbiamo intervistato il regista a pochi giorni dalla proiezione del film a Milano, dove si è presentato anche Fabrizio Corona.

Erik, sapevi che sarebbe arrivato?

Sì, non è stata una sorpresa.

Corona ha uno spiccato senso del business. Ha sfruttato i 90 giorni a San Vittore per scrivere la biografia, registare un cd e creare il merchandising tra slip e magliette. Ha addirittura venduto le riprese della moglie nel giorno della separazione in Tribunale. La domanda è d'obbligo: quanti soldi ha chiesto per partecipare a Videocracy?

Nessuno è stato pagato, né Corona né Mora. Abbiamo solo acquisito materiale della sua società per poche centinaia di euro.

 

E' stato semplice convincere Lele Mora, Marella Giovannelli e Fabrizio Corona a partecipare?

Sì, hanno riconosciuto che l'intenzione del film era discutere un argomento che prescinde dalla loro persona. Corona è cosciente di essere un eroe negativo ma non spiega a sé stesso il fenomeno che è diventato. Dice solo: "Se fossi stato basso e grasso non sarebbe andata cosi".

In questo sistema è semplice distinguere vittima e carnefice?

La responsabilità è nelle mani di Silvio Berlusconi, l'unico italiano che ha creato la tv a sua immagine e somiglianza, premessa fantascientifica ma reale. Me lo ha spiegato il regista del Grande Fratello, Fabio Calvi. Berlusconi da 30 anni propone i suoi gusti, la sua idea di donna, di intrattenimento e i suoi colori preferiti.

Ad esempio?

A Mediaset il colore verde non piace al premier quindi è raro trovarlo nei fondali televisivi. Parliamo di chain of the command, e a capo c'è lui. In Italia il potere massimo è stato creato dalla tv e dai mass media.

Eppure nel tuo film non è Berlusconi il protagonista.

Aleggia ovunque come un fantasma, è intoccabile. E' il presente, è stato il passato, ma non sarà il futuro. Ha 73 anni!

Ma la cultura dominante, anche dopo la sua caduta, può proseguire sulla stessa scia.

L'Italia potrebbe essere una necrocrazia come la Corea del Nord, ma non sarà così. Rimangono 30 anni di rivoluzione culturale, ma i processi di cambiamento possono essere rapidi. La realtà di oggi in cui il controllo è così centralizzato è destinata a scomparire, la tv non sarà la piattaforma principale in futuro. Già adesso possiamo appropriarci degli strumenti di racconto. Basta una telecamera per non essere osservatori passivi.

Videocracy, hai dichiarato, è stato recensito come l'horror movie dell'anno in Svezia. Da cosa è rimasto impressionato il pubblico?

Dalla forma di totalitarismo fondato sulla cultura della banalità, dai casting di veline che si muovono in modo robotico, fino alle donne oggettificate e animalizzate mentre Berlusconi prosegue i suoi comizi e si presenta alle parate con il sorriso. Per non parlare del caso escort. In Svezia il potere è assediato dal controllo dell'opinione pubblica e vige il principio di trasparenza per chi riveste qualsiasi ruolo istituzionale, dalle transazioni economiche alle mail.

La trasparenza non rientra tra gli obiettivi del modus operandi dei politici italiani. Siamo curiosi: vogliamo un esempio di scandalo politico in Svezia.

Nel 1995 l'attuale segretario del partito socialdemocratico Mona Sahlin, candidato premier, comprò un Toblerone, pannolini e sigarette con la carta di credito del partito. Da lì è stata emarginata e assediata dai giornalisti in conferenza stampa dove scoppiò in lacrime. E' conosciuto come lo "scandalo del Toblerone". Un caso escort o Mills in Svezia segnerebbe non solo la fine politica del diretto interessato, ma la sua scomparsa dalla scena pubblica. Qui la cultura del potere non è affatto permissiva.

In Videocracy è chiaro che non solo le donne siano strumentalizzate, ma anche i ragazzi vivano la crisi dell'identità di genere.

Sì. Ricky, ad esempio, si sente discriminato dalle donne perché concorrenti nel mondo tv. Ma è evidente che loro siano le vere vittime. La stessa deformazione vale per Corona: come è possibile che esca di prigione e diventi un eroe? Questa è criminalità, ma siamo di fronte alle regole della videocrazia. Dare l'impressione di essere un ribelle dicendo "sono ostaggio dello stato" o fingere di essere vittima dei magistrati come fa Berlusconi: queste sono norme di narrazione influenzate dalla tv e dalla drammaturgia della fiction che richiedono un certo galateo. Se sei timido e discreto non funziona. Le regole del comportamento sono cambiate. La vittima è la verità perché non conta quanto l'apparenza.

Ci sono film che ti hanno ispirato nella costruzione di Videocracy?

Sì, Gomorra. A differenza del libro, che è un prodotto giornalistico, il film risponde alla domanda "how Gomorra feels", e i personaggi consentono di entrare in quel mondo. Il mio obiettivo non era creare un prodotto giornalistico ma sviluppare la comprensione emotiva della videocrazia, immergersi nei modi di parlare, nei suoni, nella logica dominante.

 

Ti aspettavi la censura tv?

No. E' arrivata una lettera, un decreto di potere firmato dalla Rai. Facevano riferimento al trailer che, secondo loro, era legato allo scandalo escort e pertanto considerato politico. Se uno avesse scritto su un giornale: "La tv svestita di Berlusconi ha creato la base del suo impero mediatico e politico", che è la sinossi di quei trenta secondi (sopra), non avrebbe sortito nessun effetto. Ma descrivere la stessa cosa in tv e in Italia è pericoloso. Il divertimento è la religione, veline e tronisti sorridono perché sembrano contenti. Ma è dal racconto di tristezza e paura che nasce il pericolo. Altrimenti ci farebbero vedere il backstage del Grande Fratello.

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4 commenti
4
26 Nov 2009
alle 13:25

Fabrizio Anonimeli

L'unica è spegnere. E infatti adesso spengo

3
16 Set 2009
alle 17:31

mario

ho visto il docufilm. fa tristezza per come tutto quanto si vede possa essere vero.

 

2
14 Set 2009
alle 09:51

Eleonora Bianchini, Blogosfere Staff

Non è "Videocracy" a sostenere questa tesi, ma uno dei protagonisti, Ricky.

1
12 Set 2009
alle 21:27

LaRicercatrice

Bella l'intervista...  ma che si possa mettere a confronto la discriminazione che viene fatta a discapito delle donne con quella che viene fatta nei confronti degli uomini....

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