Islanda, il senso della crisi e i blog: Alda Sigmundsdóttir e la resistenza online

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Il Festival si è acceso nel primo pomeriggio. Se questa mattina per le strade di Ferrara non si sentiva aria di incontri internazionali, ora l'onda è cambiata. Passi dalla piazza del Duomo e ascolti lingue e provenienze che si incrociano; giornalista o blogger che tu sia, arrivi in sala stampa e puoi imbatterti in David Randall mentre sfoglia i giornali italiani o in Andri Snaer Magnason alle prese con il suo mac. Dal soppalco, poi, osservi al piano terra giornalisti iraniani e inglesi che rispondono a blogger muniti di registratore e macchina fotografica.

E ora siamo alla sala Apollo, gremita, per seguire l'incontro sulla crisi islandese moderato da Concita De Gregorio. Partecipano Alda Sigmundsdóttir, blogger (qui il suo blog), Andri Snaer Magnason, autore di Dreamland: A Self-Help Manual for a Frightened Nation e Rebecca Solnit, scrittrice statunitense, autrice di Un paradiso all'inferno. 

Blog e informazione interessano anche buona parte del dibattito e Alda nel video sopra spiega perchè siano ancora importanti nell'informazione di oggi, nonostante la concorrenza con Facebook e Twitter

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Sulla crisi in Islanda, Rebecca spiega che il collasso è avvenuto ben prima di ottobre 2008. Secondo lei e Andri le origini risalgono al 2002, quando il governo conservatore e neoliberale ha distrutto l'ambiente nell'Islanda dell'Est con scelte economiche volte al profitto. In cui, peraltro, è coinvolta Impregilo che ha contribuito a creare un boom economico non sostenibile. Poi è venuta la privatizzazione delle banche che ha concentrato il potere nelle mani di pochi. Il profitto era l'unico scopo.

2008, arrivi la scossa della crisi: le élite vengono cancellate in un weekend e i cittadini si radunano ogni sabato pomeriggio davanti alla sede del Parlamento per discutere di possibili soluzioni e sollecitare il governo a prendere decisioni. Alda spiega inoltre che la crisi in Islanda è stata sì inaspettata, ma alcuni imprenditori avevano già portato all'estero il proprio patrimonio in vista del crollo. La soluzione a questa débâcle economica, che per molti ha segnato la fine del capitalismo, impone una policy di brutal transparency nei confronti del governo e della spesa pubblica, dove ogni centesimo dei contribuenti deve essere giustificato. Questo gioca a vantaggio di un sistema a tutela della legalità, dove la corruzione non trova spazio.

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