9 novembre 1989, crolla il Muro di Berlino: "Ich bin ein Berliner"! Intervista a Luigi Bonanate

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C'é ventennio e ventennio. 9 novembre 1989, picconate sul Muro di Berlino. 28 anni di cortina di ferro, quando la concertina e i mattoni dividevano in due la capitale della Germania. Oggi dalla Porta di Brandeburgo e in tutto l'Occidente si festeggiano i primi 20 anni dalla riunificazione delle Germanie, est e ovest. Permangono ancora le differenze tra Wessis e Ossis, il 12% dei tedeschi della ex DDR vorrebbe di nuovo quel muro oltre al quale regnava la finta utopia del motto comunista: "Da tutti secondo le proprie capacità, a tutti secondo le proprie necessità". Un est martoriato dalla paranoia dei prodromi del regime stalinista, che tentava la fuga verso l'ovest gettandosi dai palazzi sul confine, dalle fogne, dai tunnel, nella speranza che i vopos fossero clementi nella terra di nessuno.

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Un crollo iniziato con la marcia di Lipsia del 9 ottobre 1989, nella consapevolezza del Wir sind Das Folk, mentre Michail Gorbaciov sentiva vicina la caduta culminata nella leggerezza di Günter Schabowski, il ministro della Propaganda della DDR, che esattamente 20 anni fa disse in conferenza stampa: «Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest'ordine diventa efficace immediatamente». I berlinesi lo presero in parola. Dall'est iniziarono a trasmigrare attraverso i varchi, ora della libertà, di Checkpoint Charlie e della Porta di Brandeburgo. Le trabant attraversarono il Muro. Fine della Guerra Fredda.

Le prime emozioni all'ovest: le famiglie della DDR stupite di potere comprare le banane che a est non erano in commercio e i bambini attoniti davanti alle vetrine dei negozi di giocattoli.

L'Europa, gli Stati Uniti e chi sognava la libertà nei paesi dell'ex blocco comunista (pochi mesi dopo cadrà anche il regime dittatoriale e narcisistico dei Ceausescu in Romania) si stringevano intorno al refrain di solidarietà inaugurato da JFK quando disse davanti alla Porta di Brandeburgo: "Ich bin ein Berliner!" (poi oggetto di curiosa dietrologia linguistica).

Qui e qui trovate i blog italiani che rievocano la caduta del Muro e a questo link alcuni commenti dall'estero.

Per l'anniversario vi consigliamo di leggere due testi per ricostruire la Germania divisa dal muro nelle voci di chi l'ha vissuta in "La vita ai tempi del comunismo" di Peter Molloy (Bruno Mondadori, 20 euro) e il saggio "La crisi. Il sistema internazionale vent'anni dopo la caduta del Muro di Berlino" di Luigi Bonanate (Bruno Mondadori, 15 euro). Abbiamo intervistato Bonanate, professore di Relazioni internazionali presso l'Università di Torino per discutere la caduta del Muro delle ideologie e della Cortina di ferro

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9 novembre 1989. Quali erano le certezze politiche e sociali prima della caduta del Muro?

Tutti immaginavamo che prima o poi il blocco socialista si sarebbe dissolto, ma nessuno ipotizzava una conclusione così rapida. Al contrario, si pensava che il crollo sarebbe stato tanto traumatico da far rischiare al mondo intero di trovarsi coinvolto. In fondo, l'Unione Sovietica era il secondo più forte, potente, armato stato del mondo e come ci insegna la Storia, sentendo avvicinarsi la fine, avrebbe potuto cercare il gesto disperato con un attacco a sorpresa. Che non é avvenuto. Il nostro 1989 è importante come quello della Rivoluzione francese: allora si liberarono gli esseri umani; questa volta si sono liberati gli stati.

Quali certezze sono sorte dopo il 9 novembre?

La caduta del Muro ha consolidato consapevolezze molto diffuse. La prima riguarda la preferibilità della democrazia rispetto a ogni altro tipo di regime; la seconda è la triste constatazione che il socialismo realizzato non funziona; la terza riguarda l'ottusità del capitalismo spesso in balìa dell'avidità, incapace di aiutare l'Europa orientale che usciva da 50 anni di oppressione e di arretratezza. Il capitalismo ha piuttosto cercato di fare affari lasciando alla mafia ampio spazio di manovra.

Dopo la caduta abbiamo avuto il nuovo ordine internazionale di Bush senior: una vera e propria sciocchezza, cui é seguita la new economy clintoniana, che non ha creato le basi per un benessere allargato. Al contrario, le differenze economiche hanno finito per esasperarsi - e lo si vedrà bene 15 anni dopo, cioé ai giorni nostri. Resta da vedere se tutto ciò abbia davvero aperto il capitolo della Cina al comando nel nuovo millennio.

Senza la caduta del Muro la globalizzazione avrebbe avuto effetti diversi? Quali?

La globalizzazione vera e propria è la conseguenza tipica sia del capitalismo e dello sviluppo economico in quanto tale, sia dell'aumento dei fruitori di beni e servizi. Non ci sono state concause politiche ad accelerare la globalizzazione, bensì culturali e sociali. La Coca Cola e la civiltà del hamburger hanno inciso più della politica. E tutto ciò ha invece inciso sulla politica, che ha visto calare o declinare progressivamente il suo standard ideale e culturale in tutti i paesi del mondo.

A vent'anni di distanza, quali sono stati gli effetti sulla democrazia dei paesi europei e in particolare nell'ex blocco sovietico?

I paesi europei già democratici si sono dimostrati, a mio avviso, abbastanza gretti: mi sarei aspettato più entusiasmo a fronte della liberazione di chi era oppresso dal comunismo sovietico. Invece gli aiuti - che pur ci sono stati - sono stati tiepidi, attenti agli affari - basti ricordare la corsa alle delocalizzazioni-, senza che si ponesse la minima attenzione alla rinascita del dibattito culturale, politico e civile, per incardinarlo su quello occidentale, ricco e pluralistico.

Per quanto riguarda i paesi ex-socialisti, molte speranze si sono rivelate illusioni, e la rinascita o la crescita non hanno potuto svilupparsi in maniera armonica.

Riassumerei il tutto in un'immagine semiseria. Quando l'Europa orientale rinacque, tutti pensammo che fosse diventata, di colpo, come la Svizzera: tanti bei paesi felici, fortunati, pieni di opportunità che bastava cogliere. Invece le cose non stavano così: le società di quei paesi erano sfiancate da povertà, dittatura, ingiustizia sociale e mancanza di libertà. Condizioni da cui é difficile emanciparsi.

Ci sono muri, anche figurati, che l'Europa dovrebbe abbattere per recuperare certezze e riferimenti ideologici?

L'Europa, e l'Occidente in generale, devono ricostruire il suo rapporto con la democrazia. Abbiamo ormai compreso che l'unico sistema che consente di vivere pacificamente - o comunque riducendo al minimo le occasioni di conflitto violento - è quello democratico.

Oggi non mostriamo più sufficiente affetto per la democrazia; non ci scandalizziamo che gli Stati Uniti, riconosciuti come la più grande democrazia del mondo, stiano combattendo guerre ingiuste. Purtroppo ne vediamo le conseguenze: quando un bambino afghano o iracheno potrà guardare in faccia uno yankee senza sentimenti di odio o di paura? Tra quanti decenni potremo spiegare laggiù la democrazia e farla apprezzare? Con quali esempi? Con "Enduring freedom" e la "coalizione dei volenterosi"?

La democrazia è paziente, dialogica ed egualitaria. I muri devono cadere allo stesso modo di quello di Berlino: temevamo sarebbe stato un trauma terribile e violento; e invece si è rivelato una festa pacifica.

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