Berlusconi come Cesare, la bellezza dello schiavo secondo Verdini: l'eccezione, il velo di Maya e Nicola Borzi

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E' il giorno dei tasselli (che fino a ieri erano) mancanti. C'erano illazioni, sospetti, sussurri che premevano sulla coscienza di chi non voleva del tutto ascoltarli per evitare la trappola del pessismismo per questa Italia che secondo la nostra maggioranza deve essere lieta, specie perché del domani non vi è certezza.

Per quanto mi riguarda oggi si squarcia il velo di Maya. Un unico giorno per recuperare i tasselli mancanti non è male. Riguarda tutti noi e riguarda la libertà degli schiavi.

Partiamo dalla politica, parte prima. Recupero (sotto) lo screeschot da Il Nichilista dell'intervista del CorriereDenis Verdini, coordinatore forse dimissionario del Pdl.  

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Insomma, schiavi fedeliadorate Cesare e sarete ricompensati. Siete solo gocce nel mare, importanti ma non insostituibili. Non ci interessano il vostro cervello, le critiche, solo la vostra obbedienza. Non è un caso che il Cesare della P3 sia proprio Silvio Berlusconi. Eppure, guardate: la condizione di schiavitù non intacca più tutte le coscienze, non fa rabbrividire, ma rasserena. La garanzia di fedeltà e dedizione incondizionata è il lasciapassare per il futuro e chissenefrega se il fine compromette la libertà di una vita. E' la schiavitù dolce, senza catene di ferro. E' quella che ti svuota delle responsabilità in nome dell'amore e del suo partito.

Se la schiavitù è il pane di tutti i giorni, c'è ancora, a sorpresa, chi rifiuta lo status quo, la prassi consolidata che mette in cantina in libero arbitrio e l'intelletto per offrirli al potere e al più forte. Ognuno nel suo campo.

Parte seconda: oggi il sito di Franco Abruzzo la lettera di Nicola Borzi, nostro ex blogger e giornalista del Sole 24 Ore che decide di dimettersi dal Cdr del suo giornale. La missiva è una sintesi della decadenza del giornalismo italiano, aggrappato al vizio del copia e incolla per non disturbare il potere. Alla faccia di chi crede ancora nella professione.

Sono certo - perché me l'hanno confermato personalmente anche poche ore fa - che i colleghi del Comitato di Redazione condividono se non la forma, di certo ma la sostanza di quanto io ho espresso in merito al problema dei contenuti e del "new journalism" che sta prendendo piede. Un "new journalism" che consiste nel prendere un articolo del Washington Post, tradurlo (senza citarlo), tagliare qualche riga dove si parla delle sanzioni subite da un generale per le opinioni espresse in modo troppo rude, prendere queste opinioni (da Wikiquote, senza citare la fonte) e poi firmare il tutto e sbatterlo non solo sul nostro sito, ma anche - dopo - sul quotdiano. Un lavoro che a casa mia, in altri tempi, si sarebbe potuto definire "farsi inviato con le piume altrui".

Questo giornale sta cambiando: è una chimera, è uno di quegli animali mitologici che fondono membra di esseri diversi, è un ircocervo che va perdendo la sua identità di giornale specializzato nell'economia, la finanza, le norme, la cultura e la politica senza aver assunto alcuna identità definita di giornale generalista e senza averne davvero la possibilità (visto lo stato di crisi).

Il giornale viene smantellato sotto i nostri occhi. Abbiamo uno straordinario problema di contenuti, che scompaiono (come i fatti) dalle nostre pagine quando sono sgraditi ai poteri forti, per essere sostituiti da opinioni, da interpretazioni, da tutto quanto non pare essere comunque di interesse dei nostri lettori. Non a caso è stato perso per strada, negli ultimi tempi, un sesto della diffusione certificata dall'azienda.

Questo, senza strumentalizzare nessuno o ergere Nicola a hero of the day, è la riscossa alla sottomissione che tutti i giorni dobbiamo sorbirci, specie leggendo le pagine della politica. E chi scrive quelle pagine spesso, purtroppo, parla della sua testata come Verdini fa di Berlusconi. Obbedienza incondizionata. Meglio la cecità della mente che l'emancipazione

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