Nel'ultimo anno, con la legge sulle intercettazioni, il processo Mills, gli scandali tra Verdini e Scajola e la netta presa di posizione di Fini a favore della legalità, Berlusconi ha lanciato invettive marziali contro il complotto dei pm e i giudici comunisti, esacerbando ancor più lo scontro tra magistratura e politica e creando barricate ideologiche dall'una e dall'altra parte.
Nella babele delle dichiarazioni, indistricabili per il cittadino, "Il morbo giustizialista" (Marsilio, 128 pp., 12.50 euro) di Giovanni Fasanella (che già avevamo intervistato per Il sol dell'avvenire) e Giovanni Pellegrino ricostruisce la storia del giustizialismo italiano e del suo contrario, dagli schieramenti avversari di Mani Pulite fino all'idea di legalità del centrodestra sempre più forgiata sull'idea di innocentismo che sul nobile e rivendicatissimo principio garantista. Ne abbiamo parlato insieme a Giovanni Fasanella.
Eugenio Scalfari ha definito Il morbo giustizialista "un libro che merita di essere letto e attentamente meditato", nonostante non sia noto per le sue posizioni contro il giustizialismo. Quali sono le peculiarità che l'hanno spinto a questa valutazione, in controtendenza rispetto al passato?
Non so se condivida tutto quello che abbiamo scritto, ma sulla giustizia, che è il tema centrale del libro, si è detto d'accordo. E' un segnale importante: indica che c'è una crescente insofferenza nei confronti di una sinistra incapace di valutare i problemi per quel che sono e di indicarne le soluzioni, a prescindere da Berlusconi.
Il libro fa luce sulle dinamiche della giustizia italiana nelle quali anche il cittadino informato fatica a districarsi. Anche per questo è più semplice e profondamente incentivata dal clima politico, tra Berlusconi vittima dei "magistrati comunisti" e gli avversari politici contro a prescindere, la polarizzazione delle posizioni innocentiste, mascherate da garantismo di facciata, e giustizialiste. In questo clima viziato, come può orientarsi un cittadino?
Offrendogli un punto di vista diverso da quello berlusconiano o giustizialista, gli unici che hanno dominato la scena politica e mediatica in tutti questi anni, provocando un corto circuto del sistema.
Perché l'opinione pubblica tende a valutare i magistrati per le inchieste avviate e non per le sentenze di condanna che ne derivano? Nel libro citate ad esempio Luigi De Magistris, approdato in Europa con una "valanga di voti", nonostante l'inchiesta Why not, che ha fatto crollare un governo in via preventiva, non sia approdata ad alcun risultato.
Perché da mani pulite in poi si è imposto il mito dell'eroe solitario, senza macchia e senza paura, che combatte il male che si annida nel potere. E' una visione alimentata da un potere ottuso e incapace di autoriformarsi, certo; ma non corrisponde alla realtà. Almeno se si guardano i risultati concreti di molte inchieste: tanto clamore mediatico, poche sentenze di condanna. Se l'Italia, fra i paesi democratici, è sempre più vittima di questo strano paradosso-il più alto tasso dicultura giustizialista e al tempo stesso il più alto tasso di cultura dell'illegalità-vuol dire che il sistema è malato e inefficiente. Compreso quello giudiziario.
Nel libro spiegate che la condanna preventiva tramite gli eccessi di custodia cautelare e il sequestro dei beni sono giustificati dal calcolo probabilistico dei pm che molto raramente vedranno una sentenza di condanna. Quanto incide questo sull'immagine della giustizia italiana agli occhi del cittadino?
Moltissimo. Perché crea un danno senza produrre un risultato. E nell'opinione pubblica si forma un pregiudizio negativo anche nei confronti della giustizia.
Perché esiste più interesse mediatico per l'esplosione dell' inchiesta giudiziaria che non per il suo esito?
L'interesse mediatico sarebbe un dato positivo, un elemento di garanzia se non fosse condizionato da un eccesso di spettacolarizzazione. Spesso prevalgono le regole dell' audience, purtroppo. Per questo è più appetibile la notizia di dieci arresti eccellenti di quella dell'assoluzione finale di nove di loro. Una parte della magistratura asseconda questo andazzo.
Qual è la reputazione della magistratura italiana all'estero?
Pessima. Come quella di cui cui gode in questo momento l'intero paese, del resto. All'estero non è un buon momento per noi. E' vero che c'è nei nostri confronti un pregiudizio negativo, e che in molti casi è alimentato da interessi geopolitici che vorrebbero l'Italia sempre più debole, se non in ginocchio. Ma bisogna anche dire che noi facciamo di tutto per legittimare l'immagine che hanno di noi al di fuori dei nostri confini.
Berlusconi fu un accanito oppositore della riforma della giustizia prevista dalla Bicamerale, nonostante ponesse le basi per la separazione delle carriere su cui vorrebbe puntare la riforma del suo governo. Perché allora si oppose a ciò che oggi vorrebbe realizzare?
La soluzione della Bicamerale era equilibrata, perciò Berlusconi la contrastò facendo saltare il tavolo. A lui interessano soltanto due cose: proteggere se stesso e punire chi lo contrasta. Certo non possono essere questi i piloni su cui costruire una riforma della giustizia.
La separazione delle carriere potrebbe essere una soluzione al clima di illegalità diffusa e di giustizialismo che si respira oggi?
Certamente sì. Per contrastare l'anomalia opposta, quella rappresentata da alcuni settori della magistratura che hanno la pretesa di non essere giudicati per gli eventuali errori. Non può esserci un'impunità per il magistrato, come non può esserci un'impunità per il potere.
Domanda da un milione di dollari: la magistratura, come dice Berlusconi, è "politicizzata"?
Una parte, minoritaria ma agguerrita, certamente lo è. Berlusconi tende però a gonfiare il fenomeno perché gli conviene vestire i panni della vittima, ruolo in cui riesce benissimo. Grazie anche a qualche "aiutino" esterno da parte dei giustizialisti.
Puntate il dito anche contro la classe politica di oggi, consesso di eletti provenienti da mondi altri rispetto alla politica e pertanto senza alcuna esperienza, e il conservatorismo sterile del Partito democratico, che molto ha a che fare con il protezionismo corporativista della magistratura in nome della "Costituzione che non si deve toccare". Quali sono gli errori che in materia di giustizia la sinistra continua a compiere?
Uno in particolare, quello di far finta che il problema non esista. Invece esiste, eccome. E richiede una risposta riformatrice. Va spezzato lo schema in cui è imprigionato il Paese da almeno un quindicennio: al populismo berlusconiano fa da contrappunto il giustizialismo e il conservatorismo della sinistra... Non se ne può più.
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