Strage di Utoya e Oslo: la Norvegia e il mito dell'innocenza perduta

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Mentre in Norvegia prosegue il processo al killer delle stragi del 22 luglio la stampa nazionale si interroga sull'immagine che il paese ha cercato di dare al resto del mondo. Ma la realtà è molto diversa.

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Il 16 aprile si è aperto a Oslo il processo ad Anders Behring Breivik, l’autore delle stragi di Oslo e  Utøya durante le quali il 22 luglio dello scorso anno, rimasero uccise 77 persone. Per la stampa straniera il massacro ha segnato la “perdita dell’innocenza” del paese,  ma, scrivono i giornalisti nazionali, si tratta di un mito molto lontano dalla realtà.

L’immagine della purezza svanita non rispecchia il punto di vista degli stranieri, ma quello dei norvegesi.

Secondo il reporter norvegese Sven Egil Omdal, molto prima di assistere alle velate minacce di Breivik (”non erano innocenti, lo rifarei di nuovo”) alle sue farneticazioni ideologiche (”ho ucciso per difendere i veri norvegesi dall’invasione musulmana”)La maggior parte dei giornalisti sono giunti alla conclusione che la Norvegia ha perduto per sempre l’innocenza. Questa distaccata concezione degli osservatori stranieri, però, era soltanto un’illusione. E questo perché tutti i giornalisti stranieri hanno utilizzato lo stesso metodo, quello dello specchio: a essere veicolati nei loro articoli non erano i luoghi comuni degli stranieri sulla Norvegia, bensì proprio i nostri. Quando i giornalisti lavorano in paesi dei quali ignorano lingua e cultura fanno ricorso agli interpreti,  che costituiscono la categoria più sottovalutata dall’opinione pubblica mondiale. Gli interpreti offrono indicazioni essenziali per comprendere un conflitto, scegliere le fonti e le parole da utilizzare, pur rimanendo in buona parte invisibili. Quando è toccato a un paese sconosciuto come la Norvegia, del quale si parlava pochissimo, diventare il teatro di un avvenimento di risonanza mondiale, i giornali hanno optato per il seguente criterio: alcuni scrittori di fama mondiale come Jan Kjærstad, Anne Holt e Jostein Gaarder hanno fatto da interpreti culturali prestandosi a interviste, mentre Jo Nesbø è stato pregato di scrivere un articolo distribuito poi ai più importanti giornali di vari continenti”.

Infatti la prima pagina di  Le Monde del 24 luglio recitava “La Norvegia ha perduto l’innocenza”. Un editoriale dell’Observer affermava che “la Norvegia è abituata a considerarsi il paese più sano, più ricco e più pacifico al mondo”.

Tra i pochi a non seguire la corrente, il giornalista Simon Jenkins che sul Guardian martedì 26 luglio ha scritto: “la tragedia norvegese è esattamente questo: una tragedia. Non significa niente e non le si deve dare a tutti i costi un significato. Anders Breivik non ci dice assolutamente niente della Norvegia. Non ci dice nulla di terrorismo o di controllo delle armi o di come lavora la polizia o che cosa sono i campi estivi politici. Palesemente, è molto malato. Il nostro presunto distacco dai mali del mondo era un “velo di circostanza”, creato di proposito da alcuni esponenti politici che vogliono tenere nascosto che la Norvegia - uno dei paesi fondatori della Nato e un alleato tradizionale degli Stati Uniti - di fatto conosce da vicino la violenza”.

A confermare questa tesi anche le parole del giornalista norvegese Martin Sandbu che, lo scorso luglio, a due giorni dalla strage di Utøya, scriveva sul Financial Times: “I paesi nordici spesso sono percepiti come più tolleranti nei confronti degli immigrati rispetto agli altri paesi dell’Europa del Nord. Ma può anche accadere che i governi molto semplicemente riescano a camuffare meglio la loro ostilità”.

“Ad essere andato in frantumi il 22 luglio - conclude Sven Egil Omdal  - forse non è il paradiso, ma soltanto lo specchio che ci eravamo costruiti”.

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