Riforma del lavoro: ecco il modello danese che piace a Monti

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Mobilità e tutela del lavoratore sono i punti forti del sistema danese che il presidente del Consiglio vorrebbe applicare in Italia.

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A un passo dai danesi. Almeno nelle intenzioni di Mario Monti che ha più volte dichiarato di ispirarsi al modello di Copenaghen in tema di protezione del posto del lavoro e tutela del lavoratore.

“La riforma - ha dichiarato Monti - è mirata a modernizzare la rete di sicurezza sociale per i lavoratori e aumenta sensibilmente la flessibilità per le aziende nella gestione della forza lavoro”.

Nei fatti però, applicare il sistema del welfare e flexsecurity danese in Italia sembra più difficile che a parole a causa di alcune differenze: in Danimarca ci sono 6 milioni di abitanti contro i 60 e più italiani, non c’è il lavoro nero e il reddito pro capite è quasi il doppio del nostro. La sindacalizzazione supera il 40 per cento (oltre dieci punti rispetto a noi), il tasso di occupazione raggiunge il 75 per cento (noi non superiamo il 57) e la disoccupazione si aggira intorno al 7,5 per cento. Infine un quinto della popolazione vive con i sussidi dello Stato.

La mobilità è poi l’elemento centrale in Danimarca dove ogni anno circa un terzo dei lavoratori cambia lavoro. L’importo dell’indennità di disoccupazione è tra il 70 e il 90 per cento della retribuzione media di un operaio qualificato (1.600 euro mensili).

Niente articolo 18 per i danesi, n’è il reintegro in caso di licenziamento ingiustificato. Al risarcimento per la perdita del posto di lavoro si sostituisce un’attività di promozione per la ricerca di una nuova occupazione. La Danimarca spende quasi quattro volte più che l’Italia per ciascun disoccupato per riqualificarlo, assisterlo tramite centri per l’impiego, fargli trovare un nuovo lavoro.

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